Il treno, avvicinandosi alla stazione, emette un fischio lacerante. Sono sul marciapiede del secondo binario, mi giro, e capisco perché. Tre persone anziane stanno attraversando il binario per raggiungere il marciapiede, e poter prendere il fischiante mezzo.
Una di loro è claudicante, e viene sorretta da un uomo, anziano anch'esso. Ma un po' più mobile. Il treno si ferma ben distante dal trio, che finalmente, e con non poca difficoltà, sale in vettura. L'uomo, dopo aver accompagnato le donne a sedersi, scende. Dal finestrino si salutano affettuosamente. Mi monta su un po' di curiosità, e lascio il libro. Sento profumo di storie in diretta, fresche. Le solite storie rubate alla vita della gente. Si parte, e le vivaci signore non smettono di parlare un attimo. Nel tempo che ci separa dalla stazione più vicina, la discussione piega sulla gentilezza dell'uomo che le ha aiutate a passare sul secondo binario, ed accompagnate a sedersi. Con un risolino ammiccante, una di loro fa quasi intravedere un interesse dell'uomo verso la compagna di viaggio. Non mi sorprende. Chi pensa che l'amore scada come le scatolette di tonno non ha capito nulla, dell'amore. E forse manco del tonno. L'ironia dura poco, e la conversazione gira verso le malattie, la necessità di fare terapia, la nipote che quest'anno scenderà a luglio e non ad agosto. Si incrociano su strade monocorde le vite dei vecchi. Vite sospese tra il tempo che si assottiglia veloce e i fugaci incontri con affetti lontani. Su questi incontri pende l'ineluttabile, vestendo di valore ogni attimo. Luglio invece di agosto è un mese rubato all'ineluttabile. Forse lo sanno, le vecchiette. E ridono complici.
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Il treno scorre e arriva a Bova Marina, passando accanto al golfo. Le signore lo confondono con Capo d'armi. Involontariamente le corregge lo speaker che annuncia la stazione di Bova marina. Subito, una delle due, ricorda all'altra di avere un'amica, lì.
E penso all'amicizia degli anziani, spesso recisa da una logistica impietosa dovuta alla fragile mobilità o alla salute ballerina. Ma è un'amicizia anche cementata dalla vissuta distanza.
E non solo nello spazio. Una distanza temporale, dove i ricordi vengono rimpiazzati dalla fantasia. L'avvenuto sostituito dal voluto.
Tutto sfuma tra le pieghe degli anni per ricomporsi secondo i desideri.
Provo ad immaginare le loro stanze da letto, luogo custode del tempo passato. Fotografie in bianco e nero ben incorniciato, con piccoli fiori finti di fronte. Volti antichi e severi. Oppure immaginette sacre appese un po' ovunque. Rosari e coroncine. Il letto sempre in ordine, con coperte piuttosto che piumoni. E ricami antichi. Le stanze da letto dei vecchi fanno un odore diverso dal resto della casa. Odorano di tutti i fantasmi buoni che la notte si appoggiano ai piedi del letto. Perché la vita è all'ultima stanza, e si intravede l'approdo. E molte voci sono adesso senza suono. Chi può ascoltare e condividere è diventato fotografia in bianco e nero e sono giorni di solido silenzio. Forse apposta le due vecchiette, per ottanta chilometri, non hanno mai smesso di parlare. Penso cinicamente, ma con tenerezza. Avevano fiato arretrato in gola. Ma faccio il cinico per indebolire una sensazione di disagio, di ingiustizia. Di abbandono. Di solitudine riservata, quasi fosse naturale, agli ultimi anni di vita. Che invece dovrebbero essere i più accompagnati. Ma la vita, si sa, spesso cammina al contrario della logica. Fa cose, mentre dovrebbe farne altre. Fa un po' come le pare, la vita, illudendo l'uomo di esserne padrone e dominatore. Mentre mi avvicino alla stazione del mio paese, al mio approdo reale e quotidiano, in una spiaggia, giù dal binario, giocano dei bambini. E giocano talmente forte che nonostante lo sferragliare del treno le loro voci squarciano il fracasso. In pochi metri di binario, la vita che va verso la fine, e la vita che va verso la vita, camminano parallele. Ed io, come sempre, nel mezzo.











